20 ottobre
3:30
Georgetown, Washington, DC
Un pick-up nero lo stava seguendo.
Luke aveva preso un volo notturno per tornare. Adesso era stanco – esausto – però ancora iperattivo e sveglio. Non sapeva quando avrebbe dormito di nuovo.
Il taxi lo aveva scaricato di fronte a una fila di belle brownstone. Le strade a tre corsie erano silenziose e vuote. Sembravano luccicare nella luce delle lampade barocche. Mentre il taxi se ne andava, lui se ne stava in piedi sulla strada ad assaporare la notte fredda. Gli alberi stavano perdendo le foglie – erano ovunque per terra. Mentre osservava, ne scesero delle altre.
Dall’aeroporto, era venuto dritto alla casa di Trudy. Le ombre erano tirate, ma almeno sulla strada era accesa una luce a livello dell’appartamento. Non c’era nessuno in casa – le luci chiaramente erano comandate da un timer, probabilmente un timer di poco prezzo preso in un negozietto. Lo schema era sempre lo stesso. Trudy doveva averlo impostato prima di andarsene.
Il posto era ancora suo – Luke questo lo sapeva. Swann aveva hackerato il suo conto in banca. C’erano dei pagamenti automatici per il mutuo, le tasse per il mantenimento dell’immobile e l’elettricità. Aveva pagato in anticipo due anni di tasse sull’immobile stimate.
Era scomparsa, ma l’appartamento c’era, che procedeva per conto suo come se non fosse accaduto nulla.
Perché continuava ad andarci? Pensava che improvvisamente una notte sarebbe stata a casa? Pensava che i mesi passati si sarebbero cancellati da soli?
Si fermò per qualche secondo soltanto, distogliendo lo sguardo dal pick-up, immaginandoselo lì dietro, ricordandoselo nel momento in cui, qualche istante prima, l’aveva superato a piedi.
Era ampio, resistente, il tipo di furgone che si vedeva sui siti edili. I finestrini della cabina erano affumicati, rendendo impossibile vedere granché dell’interno. Anche così aveva la sensazione che ci fossero due ombre dietro quei finestrini. I fanali del furgone erano spenti quando prima lo aveva superato, ed erano ancora spenti – non c’erano state luci in avvicinamento ad avvertirlo. Quello che aveva tradito il furgone era stato il rumore. Riusciva a sentirne il motore brontolare.
C’erano un distributore di benzina e un negozietto sul fondo della collina. Le luci esterne erano accese, sopra alle pompe, ma il negozio sembrava essere chiuso. Luke si portò al centro della strada, verso la luce che lo chiamava.
Guardò alla sua sinistra e alla sua destra senza girare la testa. Su ogni lato erano parcheggiate auto costose una dietro l’altra contro al marciapiede in una linea continua. Era un quartiere affollato, e non c’erano molti parcheggi. Non c’era un modo ovvio di lasciare la strada per salire sul marciapiede.
Scattò.
Lo fece senza avvisaglie. Non accelerò gradualmente dalla camminata alla corsa. Un attimo stava camminando, e un battito di ciglia dopo stava correndo più veloce che poteva. Dietro di lui, il pick-up ruggì. Le ruote bruciarono le gomme sull’asfalto, lo stridio delle ruote che squarciava la notte silenziosa.
Luke si tuffò a destra, scivolando di testa sul cofano di una Lexus bianca. Scivolò giù dall’auto e ruzzolò sul marciapiede, atterrando sulla schiena, rotolando in posizione seduta mentre estraeva la Glock dalla fondina a spalla dentro la giacca, tutto in una mossa sola.
La Lexus cominciò a disintegrarsi dietro di lui. Il furgone si era fermato, e il finestrino del passeggero era stato abbassato. C’era un uomo con una maschera da sci che sparava da un fucile automatico con un soppressore di suono gigantesco. L’arma aveva attaccato sul fondo un caricatore a tamburo, probabilmente dodici dozzine di proiettili. Luke assorbì tutte quelle informazioni in un istante, prima che la mente cosciente ne fosse anche solo consapevole.
I finestrini della Lexus si infransero, le gomme scoppiarono e la macchina affondò a terra. TANK, TANK, TANK – i proiettili ne colpivano i pannelli esterni. Del fumo si alzò da sotto il cofano. L’uomo del furgone lo stava crivellando con la mitragliatrice.
Luke corse in avanti, abbassandosi. I proiettili lo seguirono, mandando in frantumi la macchina successiva come avevano fatto con la Lexus. Del vetro gli si sparpagliò addosso.
Partì l’allarme di una macchina, suonò per cinque secondi, poi si fermò quando i proiettili perforarono il veicolo e distrussero il sistema di allarme.
Luke continuò a correre, il fiato bollente nei polmoni. Raggiunse il distributore e scattò attraverso l’ampio spiazzo aperto. Le luci gettavano delle ombre inquietanti – le pompe sembravano mostri incombenti. Il pick-up sbandò nel parcheggio dietro di lui. Luke si voltò indietro e lo vide rimbalzare sul marciapiede e fare una curva stretta.
Corse giù per un’altra stradina, poi sfrecciò a sinistra in un vicolo. Era una vecchia strada di ciottoli. Incespicò sulla superficie ruvida e butterata. Il motore del furgone gridò, vicinissimo. Luke non guardò. Giunse un cigolante scricchiolio quando il furgone rimbalzò sui ciottoli.
Luke lo sentiva lì – il furgone si trovava un secondo solo dietro di lui.
Il cuore gli martellava nel petto. Non serviva a niente. Girò la testa e c’era il furgone, proprio dietro di lui. La massiccia griglia si fiondava in avanti, facendosi sempre più grande a mano a mano che si avvicinava. Sembrava un’immensa bocca sorridente. Il cofano del furgone era quasi alto quanto la sua testa.
Alla sinistra di Luke c’era un cassonetto dell’immondizia. Lo percepì, più che vederlo. Ci si tuffò dietro, cadendo sui ciottoli, atterrando malamente in un’alcova minuscola. L’impatto gli scosse le ossa, e lui si schiacciò contro al muro, tanto stretto quanto gli permetteva il suo corpo.
Un istante dopo, il pick-up caricò il cassonetto, mandandolo a sbattere contro il muro del vicolo. Il furgone passò, mancando appena Luke, trascinandosi dietro il cassonetto. Sbandò e si fermò nel vicolo quindici metri dopo l’alcova. Le luci dei freni brillarono di rosso. Il cassonetto era schiacciato tra la portiera del conducente e il muro.
Luke poteva riprendere l’iniziativa, ma per farlo doveva muoversi.
“Alzati,” disse.
Si trascinò in piedi, arma in mano, e incuneò il proprio corpo nell’alcova. Con due mani, mirò al lunotto posteriore del furgone.
BLAM, BLAM, BLAM, BLAM.
Il lunotto andò in pezzi. Il rumore dell’arma fu assordante. Riecheggiò giù per il vicolo e fuori nelle strade silenziose della città. Se fosse stato in cerca di attenzioni, e così era, ecco che sarebbero arrivate.
Le ruote del furgone urlarono e si triturarono sui ciottoli mentre il conducente cercava di liberarsi dal cassonetto.
Il passeggero – il tiratore – usò il calcio dell’arma per infrangere i resti del lunotto. Avrebbe tentato di sparare.
Perfetto.
BLAM.
Luke gli sparò, facendo centro in fronte.
L’uomo crollò, la testa a penzolare fuori dal lunotto, l’arma a sferragliare inutilmente sul pianale del pick-up.
Il furgone sbandò di lato, la griglia che scivolava lungo il muro, il lato del conducente che adesso era proprio davanti a Luke. Luke avrebbe preso anche lui, se avesse potuto, ma non con un colpo mortale. Lo avrebbe tenuto in vita perché rispondesse a delle domande.
Il conducente era bravo – più del suo amico. Il suo finestrino era andato in frantumi con la collisione, ma lui si era accucciato. Luke non riusciva a vederlo.
BLAM, BLAM, BLAM.
Luke tirò tre colpi nella portiera del conducente. Il rumore fu vuoto, metallico, quando i proiettili la attraversarono. Il conducente urlò. Era stato colpito.
Improvvisamente il furgone sbandò verso destra, come un ladro di automobili che disegna ciambelle sulla neve. Il pianale oscillò e colpì il muro. Ma il furgone si era liberato dal cassonetto. Se il conducente ne fosse stato ancora in grado, era libero di scappare.
Luke mirò alla ruota posteriore sinistra. BLAM.
La ruota scoppiò, ma il furgone stridette e partì nel vicolo. Rimbalzò in strada, sbandò, e andò a sinistra. Sparito.
Nelle vicinanze, le sirene si stavano già avvicinando. Luke riusciva a sentirle venire da diverse direzioni. Rinfoderò la pistola e claudicò fuori dal vicolo, il ginocchio che già si stava irrigidendo. Se lo era scorticato cadendo sui ciottoli.
Un’Interceptor della polizia di Washington ruggì, le luci che splendevano e gettavano assurde ombre azzurre contro gli edifici circostanti. Luke aveva già estratto il distintivo, il vecchio distintivo del defunto Special Response Team dell’FBI. Aveva ancora un anno di vita prima della scadenza. Sollevò le mani bene in alto, il distintivo nella mano destra.
“Agente federale!” urlò ai poliziotti che si precipitarono fuori dalla macchina ad armi spianate e puntate su di lui.
“A terra!” gli dissero.
Lui fece esattamente come avevano detto, movendosi lentamente e con attenzione, senza minacciare nessuno.
“Che sta succedendo qui?” disse uno dei poliziotti afferrando il distintivo dalla mano tesa di Luke.
Luke fece spallucce.
“Qualcuno sta cercando di uccidermi.”
10:20
Casa Bianca, Washington, DC
Era come un funerale di Stato, la grande apertura di un parcheggio di auto usate e lo show di un comico amatoriale tutto in una volta.
Susan Hopkins, la presidente degli Stati Uniti, con addosso un abito e uno scialle blu fatti apposta per l’occasione dalla stilista Etta Chang, guardò oltre il prato a sud i dignitari e giornalisti raccolti. Era un gruppo selezionato, e l’invito più difficile da ottenere in città nell’ultimo mese. In una soleggiata e brillante giornata autunnale, sotto il cielo azzurro, la Casa Bianca – uno dei più duraturi simboli d’America – era ricostruita e pronta all’uso.
Gli uomini dei servizi segreti torreggiavano dietro e davanti a Susan, levando linee di tiro – le sembrava quasi di essere perduta in una foresta di uomini alti. Washington, DC, la Virginia e il Maryland erano zone soggette a restrizione dello spazio aereo quella mattina. Se non si era atterrati entro le sette del mattino, si era sfortunati.
La cerimonia si stava allungando. Era cominciata appena dopo le nove, e si stava già dilungando oltre le dieci e mezza. Tra la processione militare d’apertura con il trombettiere che suonava il silenzio e il cavallo senza cavaliere in onore di Thomas Hayes, la liberazione di uno stormo di colombe bianche a simboleggiare i molti altri che quel giorno e quella notte erano morti, il sorvolo del jet da combattimento, il coro dei bambini e discorsi e benedizioni varie…
Ah sì, le benedizioni.
La casa ricostruita era stata benedetta, a turno, da un rabbino ortodosso di Philadelphia, un imam musulmano, l’arcivescovo cattolico di Washington, DC, il ministro dell’AME Zion Church di North Capitol Street e il famoso monaco buddista nonché attivista pacifista Thich Nhat Hanh.
L’alterco che era nato al momento della scelta dei dignitari religiosi – già quello da solo aveva amareggiato Susan per l’evento. Un rabbino ortodosso? Il gruppo delle donne per un giudaismo riformato aveva dato voce al proprio fastidio – avevano spinto per una rabbina donna. Un sunnita o uno sciita per l’imam – non li si potevano accontentare entrambi. Anzi, Kat Lopez li aveva fregati entrambi e aveva scelto un sufi.
I gruppi cattolici non erano entusiasti di Pierre. Il primo uomo degli Stati Uniti era gay? E sposato con una donna? Cani e gatti che giacevano insieme. Quella questione fu risolta quando Pierre decise di prendersi un permesso e guardare l’evento dal suo appartamento di San Francisco.
Pierre e le ragazze erano ampiamente scomparse dalla vita pubblica dallo scandalo. Era giusto tenere le ragazze lontane dai riflettori dopo tutto ciò che era accaduto, ma quello era un evento importante e Pierre non era neanche voluto venire. La cosa preoccupava un po’ Susan. In realtà, più di un po’. E, ovviamente, adesso gli attivisti per i diritti dei gay erano furiosi con lui per ciò che loro vedevano come un inchinarsi alle pressioni della Chiesa cattolica.
Sul podio Karen White, la nuova presidente della Camera, stava appena finendo il suo discorso. Karen era eccentrica, per usare un eufemismo – indossava un cappello con sopra un grosso girasole di carta. Il cappello era più appropriato per una caccia alle uova di Pasqua da bambini che per l’evento di quel giorno. Se Etta Chang lo avesse visto, sarebbe stata ora di un bel cambio di stile.
Le annotazioni di Karen erano state rapidi affondi contro i liberali al governo – grazie a Dio, perché alle elezioni speciali per ricostituire il Congresso decimato mancavano due settimane. Le campagne si erano trasformate in assurdi battibecchi pieni di odio – gli storici si divertivano ad andare sui notiziari della CNN e della FOX ad affermare che nel paese il discorso civile aveva raggiunto il suo più basso declino dai tempi della Guerra civile.
Ciò che a Karen White mancava in retorica offensiva sul fronte interno, riusciva a crearlo benissimo sul palco mondiale. Il suo discorso sembrava suggerire – col trasalimento di molti, nel pubblico – che la Casa Bianca fosse stata distrutta non da furfanti del movimento conservatore e dell’esercito degli USA, ma da agenti stranieri, probabilmente iraniani o russi. Durante un passaggio logicamente tortuoso, lo speciale emissario dell’Iran si era alzato in piedi e se n’era andato via, imbufalito, con al seguito due dei suoi diplomatici.
“Va tutto bene,” disse all’orecchio di Susan Kurt Kimball, il consigliere per la sicurezza nazionale. “Lo sanno tutti che Karen è un po’ bizzarra. Cioè, la guardi. Chiameremo qualcuno del dipartimento di Stato a sistemare le cose per loro.”
“Come?” chiese Susan.
Fece spallucce. “Non lo so. Ci inventeremo qualcosa.”
Sul palco, Kat aveva rivolto a Susan un cenno. Erano pronti per lei. Uscì sul palco mentre gli agenti dei servizi segreti si mettevano in posizione attorno a lei. Il podio era circondato su tre lati da vetro trasparente antiproiettile. Restò un attimo lì a esaminare la folla assemblata. Non era per nulla nervosa. Parlare con la gente era sempre stato uno dei suoi punti di forza.
“Buongiorno,” disse. La voce riecheggiò per tutto il prato.
“Buongiorno,” le urlò di rimando qualche simpaticone.
Si lanciò, a suo agio, nel discorso preparato. Era un buon discorso. Parlò col pubblico di sacrificio condiviso, e di perdita, e di resilienza. Disse della grandezza dell’esperimento americano – cosa che sapevano già. Disse del valore degli uomini che quella notte le avevano salvato la vita, e riconobbe Chuck Berg – che adesso era a capo del distaccamento della sicurezza di casa sua, e si trovava sul palco con lei – e Walter Brenna, che era un ospite d’onore della prima fila. Entrambi gli uomini sollevarono le mani e ricevettero un tumultuoso applauso.
Disse che si sarebbe trasferita nella Casa Bianca quello stesso giorno – il che portò a una standing ovation – e che li avrebbe accolti all’interno dopo le sue annotazioni per fare un giro e vedere che cosa aveva fatto del vecchio posto.
Terminò con una fiorettatura, facendo eco a quel grande eroe che era per lei, e per tutti, John Fitzgerald Kennedy.
О проекте
О подписке