“Che cosa?” disse il principe Vars. “Toglimi le mani di dosso.”
Devin lottò per immobilizzargli la mano; così vicino a lui, poteva sentire l’odore dell’alcol nel suo respiro.
“Non se avete intenzione di attaccare il mio amico,” disse Devin.
Sapeva che il solo aver fermato il principe, lo aveva messo nei guai; ma era troppo tardi ormai.
“Nem non capisce, e non è stato lui ad avervi fatto rovesciare metà delle armature qui dentro. L’alcol è la vera causa.”
“Toglimi le mani di dosso, ho detto,” ripeté il principe, mentre faceva scivolare l’altra mano verso il coltello da tavola che portava alla cintura.
Devin lo spinse via da sé con più delicatezza possibile. Una parte di lui sperava ancora di poter giungere a una risoluzione pacifica, anche se sapeva benissimo cosa stava per succedere.
“Non volete farlo davvero, vostra altezza.”
Vars gli lanciò uno sguardo truce, respirando forte, con un’espressione di odio puro.
“Non sono io ad aver commesso un errore qui dentro, traditore,” ringhiò il principe Vars, con un tono che evocava la morte.
Vars posò il martello e sollevò una spada d’armi da uno dei banchi da lavoro, sebbene fosse ovvio a Devin che non fosse esperto nel manovrarla.
“Proprio così, sei un traditore. Attaccare un reale è alto tradimento e chi commette il fatto muore per questo.”
Agitò la spada verso Devin che, d’istinto, prese la prima cosa che trovò. Era un martello che aveva forgiato lui stesso e lo alzò per bloccare il colpo, facendone risuonare il ferro su quello della spada prima che lo prendesse dritto alla testa. L’impatto gli fece vibrare le mani e non c’era tempo per pensare adesso. Colpendo la lama con la testa del martello, la scaraventò via dalla presa del principe con tutta la sua forza, facendola sferragliare sul pavimento per unirla alla pila di armature che giacevano lì.
Si fermò a quel punto. Era arrabbiato che il principe potesse andare lì e percuoterlo in quel modo, ma Devin era una persona di pazienza: i metalli la richiedono; un uomo che cede alle smanie in una ferriera finisce per farsi del male.
“Lo avete visto?” urlò il principe Vars, puntandogli contro un indice che tremava per rabbia, o paura. “Mi ha colpito! Catturatelo. Voglio che venga rinchiuso nella cella più profonda del castello e la sua testa deve essere appesa a un palo al mattino.”
I giovani uomini attorno a lui sembravano riluttanti ad agire, ma era ovvio che non si sarebbero schierati con qualcuno di umili natali che affronta un principe, com’era Devin. La maggior parte teneva ancora in mano spade o lance che avevano brandito con movenze di dilettanti e ora Devin si ritrovava nel mezzo di un anello formato da tali armi, tutte puntate dritte al suo cuore.
“Non voglio problemi,” disse, non sapendo cos’altro fare. Abbandonò il martello che risuonò sul pavimento, perché sarebbe stato inutile in quella posizione. Cosa poteva fare, cercare di cavarsela contro così tanti? Nonostante sospettasse di saperci fare con le lame più di quegli uomini, erano troppi anche solo per fare un tentativo, e cosa sarebbe successo se ci avesse provato? Dove sarebbe potuto fuggire e cosa ne sarebbe stato della sua famiglia?
“Forse non serve neanche una cella,” disse il principe Vars. “Forse lo decapiterò qui, dove potete vedere. Fatelo mettere in ginocchio. In ginocchio, ho detto!” ripeté quando gli altri non lo fecero abbastanza in fretta.
Quattro di loro avanzarono e spinsero Devin a terra, mentre gli altri tenevano le loro armi puntate su di lui. Il principe Vars, nel frattempo, aveva impugnato di nuovo la spada. La sollevò, ovviamente testandone il peso e, in quel momento, Devin comprese che sarebbe morto. La paura prese il sopravvento su di lui, perché non riusciva a vedere una via d’uscita. Non importava quanto pensasse, non importava quanto fosse forte; le cose non sarebbero cambiate. Gli altri potevano non essere d’accordo con ciò che il principe era sul punto di fare, ma si sarebbero comunque attenuti ai suoi ordini. Sarebbero rimasti lì in piedi, a guardare il principe agitare quella spada e…
… e il mondo sembrò assopirsi in quel momento, un battito cardiaco che scemava nel successivo. In quell’istante, era come se potesse vedere ogni muscolo nel corpo del principe, insieme alle faville del pensiero che lo animavano. Era facile in quel momento raggiungerle e incanalarle a suo piacimento.
“Ahia! Il mio braccio!” gridò il principe Vars, con la spada che sferragliava contro il pavimento.
Devin fissò la scena, attonito. Cercava di dare un senso a ciò che aveva appena fatto.
Ed era terrorizzato da se stesso.
Il principe era in piedi lì, a stringersi forte il braccio, strofinandolo per riportarsi una qualche sensazione alle dita.
Devin non poteva fare altro che fissarlo. Era davvero riuscito a fare una cosa del genere? Come? Come poteva qualcuno far venire un crampo al braccio di un avversario solo con il pensiero?
Richiamò il sogno un’altra volta…
“Basta così,” urlò una voce, interrompendoli. “Lasciatelo andare.”
Il principe Rodry entrò nel cerchio d’armi e i giovani uomini fecero un inchino in risposta alla sua presenza, quasi tirando un sospiro di sollievo per il suo arrivo.
Devin di sicuro lo fece, tenendo ancora gli occhi sul principe Vars, e sull’arma che adesso teneva in quella mano impedita.
“Basta così, Vars,” disse Rodry. Si mise tra Devin e il principe e quest’ultimo esitò per un momento. Devin pensò che potesse far vorticare lo stesso la spada, noncurante della presenza del fratello, ma invece gettò la lama da una parte.
“Non volevo venire qui, comunque,” disse, e uscì in modo altero.
Il principe Rodry si rivolse a Devin, e non dovette neanche pronunciare una sola parola perché venisse rilasciato dagli uomini che lo tenevano.
“Sei stato coraggioso a difendere il ragazzo,” disse. Sollevò la lancia che teneva. “E hai fatto un buon lavoro. Mi è stato detto che questa è una delle tue.”
“Sì, vostra altezza,” rispose Devin. Non sapeva cosa pensare. Nel giro di qualche secondo, era passato da essere certo di morire a essere rilasciato, da essere ritenuto un traditore a ricevere degli elogi per il suo lavoro. Non aveva alcun senso ma, del resto, perché le cose avrebbero dovuto essere sensate in un mondo dove lui aveva appena usato… la magia?
Il principe Rodry annuì e poi si voltò per andarsene. “Fai più attenzione in futuro. Potrei non essere qui a salvarti la prossima volta.”
Ci vollero diversi secondi prima che Devin potesse decidersi ad alzarsi, riprendendo fiato con brevi raffiche. Rivolse lo sguardo verso Nem, che stava cercando di tenere chiusa la ferita sul suo braccio. Sembrava spaventato e scosso per ciò che era accaduto.
Il Vecchio Gund era lì adesso, stava afferrando il braccio di Nem per avvolgerlo con un panno. Guardò Devin.
“Dovevi proprio metterti in mezzo?” chiese.
“Non potevo permettergli di fare del male a Nem,” disse Devin. Era una cosa che avrebbe rifatto, centinaia di volte se ve ne fosse stato bisogno.
“La cosa peggiore che poteva ricevere era qualche botta,” disse Gund. “Ne abbiamo tutti passate di peggiori. Adesso… devi andartene.”
“Andarmene?” chiese Devin. “Per oggi?”
“Per oggi, e per tutti i giorni a seguire, stolto,” disse Gund. “Credi che possiamo permettere a un uomo che ha sfidato un principe di restare alla Casa delle Armi?”
Devin sentì il respiro abbandonargli il petto. Lasciare la Casa delle Armi? L’unica vera casa che avesse mai conosciuto?
“Ma non ho…” esordì Devin, ma si fermò.
Non era Nem, per credere che il mondo sarebbe andato come voleva solo perché era la cosa giusta. Era ovvio che Gund lo avrebbe cacciato; Devin sapeva prima di intervenire cosa poteva costargli.
Lo guardò e annuì, era tutto ciò che poteva fare in risposta; poi, si voltò e iniziò a camminare.
“Aspetta,” gridò Nem. Corse al suo banco da lavoro e poi si precipitò a raggiungerlo con qualcosa avvolto in un cencio. “Io… io non ho molto altro, ma mi hai salvato. Dovresti prenderlo tu.”
“L’ho fatto perché sono tuo amico,” replicò Devin. “Non devi darmi niente.”
“Voglio dartelo,” rispose Nem. “Se mi avesse colpito la mano, non avrei potuto fare nient’altro, quindi voglio che tu abbia qualcosa che ho fabbricato io.”
Passò l’oggetto a Devin, che lo prese con cura. Scartandolo, poté vedere che era… beh, non proprio una spada. Un lungo coltello, una coltella a due mani, giaceva lì, troppo lungo per essere un vero coltello ma non abbastanza da essere una spada. Era a un solo taglio, con un’elsa che sporgeva solo da un lato, e un punto cuneiforme. Era un’arma da contadino, da tempo rimossa dagli spadoni e dalle spade d’armi dei cavalieri; ma era leggera, letale e bellissima. Devin poteva vedere a colpo d’occhio, mentre la faceva ruotare e brillare alla luce, che poteva essere molto più svelta e fatale di qualsivoglia spada vera e propria. Era un’arma invisibile, subdola e veloce; era perfetta per la corporatura leggera e la giovane età di Devin.
“Non è finito,” disse Nem, “ma so che puoi terminarlo meglio di me e l’acciaio è buono, giuro.”
Devin la fece oscillare per testarla, sentendo la lama tagliare l’aria. Voleva dirgli che era troppo, che non poteva accettarlo, ma era evidente quanto Nem desiderava che lo prendesse.
“Grazie, Nem,” disse.
“Avete finito voi due?” disse Gund. Guardò Devin. “Non posso dire di non essere dispiaciuto di vederti andare via. Sei un gran lavoratore e uno dei fabbri migliori qui dentro, ma non puoi restare se questo ci si ritorce contro. Devi andartene, figliolo. Adesso.”
Devin voleva ribattere ancora, ma sapeva che era inutile e aveva appena realizzato di non voler più stare lì. Non voleva rimanere in un luogo dove non era desiderato. Quello non era mai stato il suo sogno. Quello era stato un modo per sopravvivere. Il suo sogno era sempre stato diventare un cavaliere, e adesso …
Adesso sembrava che i suoi sogni racchiudessero cose molto più strane. Doveva capire di cosa trattavano.
Il giorno in cui la tua vita cambierà per sempre.
Poteva essere questo ciò che intendeva lo stregone?
Devin non aveva scelta. Non poteva capovolgere le cose, non poteva tornare alla ferriera per rimettere tutto nel posto in cui doveva stare.
Al contrario, uscì nella città. Nel suo destino.
E nel giorno tanto atteso che aveva davanti.
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